21 – Giocare a ping pong fa bene alla salute?

Forrest Gump Table Tennis

Ci sono molti articoli su internet che parlano di quanto bene faccia il tennis tavolo alla salute umana. Ne scrivo in modo non scientifico – non essendo né un dottore, né un professionista nel campo sanitario – per condividere la mia personale esperienza di questi mesi di allenamento.

Da quando ho iniziato, novembre 2018, sono passati 6 mesi circa. Ho una media di 2-3 allenamenti a settimana di circa 2 ore e trenta minuti di durata. Fanno più o meno 6-7 ore di ping pong a settimana.

Quando ho iniziato l’ho fatto principalmente per fare movimento. Ho una vita lavorativa purtroppo abbastanza sedentaria e dovevo trovare qualcosa di piacevole per tenermi in allenamento. Ho quarant’anni e il ping pong è uno sport perfetto per tutte le età. E’ perfetto perché ha diversi gradi di difficoltà e impegno, in base a quanto si vuole e si riesce a fare. E’ un po’ come correre: puoi allenarti alcune ore e partecipare a qualche gara di pochi chilometri oppure spingere e fare intere maratone. Tutto dipende dall’allenamento, dal fisico, e dalla personale ambizione. E in ogni caso l’andatura è personale, si gareggia contro sé stessi.

Nel ping pong la cosa è molto simile. Ci si mette al tavolo e si può palleggiare a qualsiasi età e con qualsiasi ambizione. Si può arrivare ad un certo livello e divertirsi così, oppure provare a fare di più cercando di superare i propri limiti e le proprie possibilità. In ogni caso ci sono alcuni benefici nel tennis tavolo che ho senz’altro riscontrato sulla mia pelle da subito. Ne elenco cinque che ritengo essere i più importanti:

Movimento – Chiariamo una cosa: il ping pong che avete giocato in spiaggia o in parrocchia è un gioco bellissimo, ma appena mettete piede dentro una palestra, scoprite che quella è solo la punta dell’iceberg del divertimento: il ping pong è uno sport intenso, a tratti faticoso, divertente ma anche impegnativo. Richiede una iniziale impostazione di gambe, braccia e busto che niente ha a che fare con i tornei organizzati nei garages con gli amici! E in più vi obbliga a imparare a muovervi velocemente sulle gambe. E’ impossibile giocare bene se non si impara a fare un buon gioco di gambe. Sono tutti movimenti molto brevi ma veloci, che richiedono scatti, equilibrio, appoggio e allenano per bene gli arti inferiori alla resistenza, alla forza e alla coordinazione.

Fiato – Contrariamente a quanto si pensa il respiro è una condizione basilare del gioco del ping pong. Mi ritrovo spesso, nella tensione, a respirare poco o male rispetto a quanto dovrei. A volte mi accorgo che la tensione e la concentrazione mi ha tolto il fiato, come si suol dire, e senza fiato si è meno lucidi. Il ping pong quindi richiede un allenamento anche del proprio respiro. Non è il fiato che serve a un maratoneta né uno sforzo intenso e immediato di un centometrista ma è una combinazione continua ed alternata delle due cose. Gli incontri di ping pong sono alla meglio delle cinque partite, il che significa che la tensione viene protratta per il tempo necessario a concludere l’intero incontro e viene costruita da molti momenti brevi e intensi in cui si dà il massimo in termini di energia. Questo insegna a gestire il proprio fiato e permette attività aerobiche e anaerobiche in successione.

Concentrazione – Inutile dire che il tennis tavolo non è buttare di là dalla rete una pallina, ma costruire un vero e proprio schema di gioco. All’inizio, quando si è alle prime armi, è già tanto imparare a rispondere agli attacchi e al gioco dell’avversario in modo corretto e difensivo. Man mano che si procede si inizia costruire un proprio gioco. Si inizia a pensare con che servizio aprire, con che scopo, con qualche colpo mettere in difficoltà l’avversario e come controbattere ad una situazione che ci sta sfuggendo di mano. E’ una concentrazione simile a quella richiesta nei giochi mentali. Ecco perché il ping pong a volte viene definito come “lo sport in cui si gioca a scacchi correndo i centro metri”, vi sarà già capitato di sentire questa frase. Ed ecco perché il cervello è costantemente occupato nell’attività. E lo deve essere. Una delle prime cose che vi fanno fare a ping pong è ripetere per giorni e giorni, allenamento dopo allenamento gli stessi colpi, dritto, rovescio, ecc migliorandoli il più possibile, affinché un bel giorno li possiate fare in modo automatico, liberando il cervello dal pensiero di come muovere il corpo – braccio, busto, gambe – in quel dato frangente e lasciandolo libero di pensare in modo del tutto intuitivo a come e dove piazzare la pallina.

Cuore – E’ abbastanza chiaro a questo punto che il cuore nel ping pong è fortemente sollecitato sia dall’azione corporea pura del movimento che alla dose di stress emozionale che si crea durante scambi e partite. Si può dire che una volta attivata la fase di attenzione, per cui cervello, gambe e braccia iniziano a creare il gioco, il cuore inizia a creare le condizioni per cui tutto funzioni alla meglio. Nel ping pong si allena anch’esso a resistere a intensi momenti di sforzo e a mantenersi calmo nelle situazioni di stress e agitazione. Le partite sono diverse dagli allenamenti. Anche le partite di allenamento sono diverse dal resto degli esercizi. La concentrazione e l’emotività iniziano a farsi sentire e a giocare brutti scherzi oltre a consumare una discreta dose di energia.

Stress – Se siete stressati il ping pong fa per voi! Di norma il consiglio migliore per le persone stressate è quello di “liberare il cervello” dai guai della vita. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Lo sport e l’attività fisica in generale aiutano tantissimo in tal senso, il ping pong credo sia una delle attività che riesce a resettare meglio di altri il cervello dallo stress, proprio per la natura stessa del gioco e del suo svolgersi. Il nostro cervello è formato dall’emisfero sinistro, preposto alla ragione, al calcolo, alla parte razionale del nostro pensare. Quando parliamo, facciamo calcoli, lavoriamo, guidiamo, gestiamo la nostra vita, è l’emisfero sinistro a fare tutto. La parte destra del cervello invece è dedicata alla fantasia, all’immagine, alla musica, a tutto ciò che è astratto e imponderabile. Se ci lasciamo trascinare da una melodia o ammiriamo un quadro senza descriverlo o studiarlo, se disegniamo o guardiamo nel suo complesso un paesaggio stiamo usando la parte destra del cervello. Nel tennis tavolo il gioco è fatto di geometrie e movimenti. Seguiamo una pallina che ruota velocemente, la vediamo correre sulle diverse aree del tavolo e quando rispondiamo cerchiamo di darle una direzione, di posizionarla in un punto preciso del campo. Il ping pong è fatto di immagini, molte e veloci immagini in successione. Siamo costretti ad allenare i riflessi, a rimanere concentrati ma non come per un compito di matematica bensì come se dovessimo posizionare degli oggetti in una data area: la racchetta, la pallina, il campo, la posizione dell’avversario, ecc.

Durante un allenamento con un ragazzo molto più forte di me, con circa dieci anni di tennis tavolo alle spalle, mi è capitato di rispondere sul dritto ad un colpo molto difficile, laterale, angolato. Ho risposto in modo fulmineo, con un buon movimento, nel giusto tempo e ho fatto punto. Ci è rimasto di sasso.

Ovviamente per me è stato un colpo fortunato, l’ho ammesso subito, e gli ho detto che non ci sarei riuscito una seconda volta, che alla fine è stato più che altro un colpo di istinto. Mi ha detto allora una cosa importante: nel ping pong ci si allena tanto pensando a cosa fare e a come farlo… per poi arrivare a fare tutto quasi esclusivamente d’istinto! Ben venga l’istinto, è la cosa migliore che possa capitare di apprendere lungo il percorso.

Il Genio del ping pong è convinto che il tennis tavolo gli abbia addirittura allungato la vita.

Nella foto in alto: un fotogramma tratto dal famoso film Forrest Gump di Robert Zemeckis del 1994

 

Annunci

20 – Perché i cinesi sono forti a ping pong

Liu Shiwen Table Tennis

Scrivo questo articolo appena un giorno dopo aver visto la finale dei campionati mondiali di tennis tavolo 2019 a Budapest terminati giusto ieri con la terza vittoria dell’incredibile e inarrestabile Ma Long. E’ stata una finale bellissima e combattuta! L’avversario Mattias Falck, svedese, era a un passo dall’interrompere il predominio cinese e devo dire che fino ad un certo momento aveva tutte le carte in regola per portarsi a casa il titolo. E’ arrivato fin dove ha potuto, facendo un ottimo torneo e piazzandosi in finale con un mostro assoluto del tennis tavolo mondiale.

Se vi siete persi l’incontro vi consiglio di recuperarlo qui.

A quei livelli, primo, secondo e terzo posto, arrivano solo le punte di diamante, gli assi assoluti, i più irriducibili e incredibili giocatori di tennis tavolo che spesso iniziano a giocare da giovanissimi e superano difficoltà e livelli di allenamento che i comuni mortali nemmeno si sognano. Ma sopra a tutti svettano sempre loro: i cinesi.

Fisicamente il ping pong non richiede chissà quale abilità o prestanza fisica. Harimoto per esempio è un ragazzino di appena 16 anni ed è già riuscito a sconfiggere un “veterano” come Ma Long. Non è un colosso, non è muscoloso, possente, non corre i cento metri in 9 secondi e magari dopo una partita a calcio ha pure il fiatone.

Il bello del tennis tavolo, per esempio, è che le donne possono benissimo battere gli uomini alla pari, sullo stesso campo. Da questo punto di vista è sicuramente uno sport che non fa distinzioni. Per non parlare delle vecchie glorie che ad una certa età le suonano ancora ai più giovani!

Intendiamoci: non che per giocare a ping pong ai quei livelli non serva un buon allenamento generale, una buona alimentazione e un ottimo coach che imposta l’apprendimento ma ci siamo capiti: non serve essere eccessivamente atletici.

Quindi i cinesi rispetto al resto del mondo su questo fronte non hanno vantaggi evidenti. Un giocatore come Timo Boll, settimo al mondo mentre scrivo (e più vecchio della media degli altri giocatori), è l’unico europeo a interrompere la sequenza orientale di nomi che occupano le primissime posizioni del ranking mondiale. Mattias Falck di cui si parlava prima è solo undicesimo. Insomma c’è poco posto là in alto, la Cina si prende le prime 6 posizioni e in mezzo c’è appunto la giovane promessa Harimoto, che è giapponese.

Quindi perché i cinesi sono così forti a ping pong? Per due motivi, credo. Il primo è che sono tantissimi (15 milioni di iscritti!) e hanno come sport nazionale proprio il ping pong. Tanti cinesi che giocano, tanti tavoli, tanti coach, tanta voglia di fare bene… un terreno fertile per generare campioni anno dopo anno. Il ping pong richiede allenamenti assidui, perfezionismo, una ottima dose di concentrazione e un po’ di ossessione. Tutte doti di cui i cinesi sono molto dotati.

Leggevo, non mi ricordo dove, che i più forti giocatori sono forti semplicemente perché eseguono esattamente quello che deve essere fatto. E per fare quello che deve essere fatto si perfezionano continuamente. I cinesi impostano il gioco sul cercare di fare al massimo della perfezione quello che viene richiesto. I giapponesi e i coreani hanno la stessa indole orientale di approccio al gioco.

Il gioco del ping pong si imposta su tre particolarità ben distinte: il gioco di gambe – cioè l’essere nel momento giusto nel posto giusto, essere in equilibrio e pronti al colpo. Il colpo – essere un tutt’uno con la racchetta ed eseguire il movimento alla perfezione. La tattica – saper cosa fare e quando farlo, reimpostare il gioco a proprio favore, dalla battuta a i primissimi colpi, spesso decisivi.

I cinesi si muovono meglio, colpiscono meglio e applicano buone strategie di gioco. Gli occidentali che hanno raggiunto questo tipo di livelli lo hanno fatto – oltre che per intensi allenamenti – per dote innata, molti cinesi lo hanno fatto perché hanno trovato il metodo per piegare il gioco il più vicino possibile alla perfezione. Gli allenamenti sono diversi dai nostri: sono più intensi, psicologicamente pesanti, viene richiesto il massimo, non c’è spazio per mentalità traballanti e debolezze di nessun genere. (Se volete vedere alcuni video di allenamenti e consigli pratici incentrati sullo stile di gioco cinese vi lascio il link di PingSunday, una autentica miniera per chi vuole imparare!)

Nella finale con Falck ad un certo punto l’allenatore di Ma Long chiede tempo e lo chiama per parlargli. Da lì in poi la macchina ha fatto tre punti di seguito, portandosi a casa il titolo. Ha fatto quello che andava fatto.

Eppure anche Ma Long pur essendo da anni ai vertici mondiali ha dovuto in passato lasciare il passo ad altri suoi connazionali in gare molto importanti perché non “abbastanza pronto psicologicamente”, soffrendo molto la tensione della gara. Ha dovuto reinventarsi un rovescio, colpo in cui era debole, per potenziarlo e portarlo a un livello ancora più alto di gioco, alzando l’asticella della sfida personale.

Il Genio del ping pong cerca il mio sguardo e mi guarda serio serio quando sente che il tennis tavolo è fare quel che deve essere fatto. Cos’avrà voluto dirmi?

Nella foto in alto: Liu Shiwen, vince i campionati mondiali a Budapest del 2019 ed esplode di gioia! (Perché non di solo Ma Long vive il tennis tavolo!)

19 – Come colpire la pallina da ping pong

Marty Reisman Table Tennis

In questi ultimi cinque mesi ho avuto la fortuna/sfortuna di non avere un vero proprio allenatore e di affidarmi a più persone più o meno disponibili. Per quanto il tennis tavolo sia uno, i modi e metodi per praticarlo sono tanti e molto personali e ognuno tenderà a riversare su un allievo quella che è la sua personale esperienza. Non sempre questo è un bene. Il problema di alcune società è avere giocatori arenati da tempo nelle serie basse del campionato e altri impegnati in serie più alte, con più esperienza, che non dimostrano interesse nel prendersi cura delle nuove leve (specie se di una certa età come me…!). Si finisce nel mezzo, cercando di apprendere da tutti. Questo può andare bene per un breve periodo di tempo, più avanti bisognerà mettere dei punti fermi e iniziare a seguire UN percorso.

Molte differenze nascono fondamentalmente su come palleggiare e controllare la pallina negli scambi di dritto. Che è la base portante di tutto il resto del gioco futuro. Il dritto è un colpo che può portare al punto e che innesca i top spin. Ho cercato di condensare in due “filosofie” quello in cui mi sono imbattuto in questi mesi:

  • Una scuola di pensiero vuole che nel colpo di dritto ci sia il così detto caricamento del corpo e della spalla. In pratica una rotazione preparatoria all’indietro del busto nella fase in cui l’avversario sta ancora colpendo la pallina, e un ritorno in cui impattare la stessa spingendola in avanti, controllandola così il più possibile e cercando di direzionarla nella posizione in cui l’avversario in quel momento è più in difficoltà. La racchetta quindi va indietro insieme al busto che si gira sui fianchi e poi impatta in avanti sulla pallina. Il movimento finisce di fronte a sé, il braccio non deve andare oltre.
  • La seconda scuola di pensiero vuole invece che il movimento del braccio sia dal basso verso l’alto. Si parte con la racchetta aperta vicino al fianco destro e si finisce con la racchetta quasi di fronte al viso. In questo modo si taglia la pallina e si fa un aggancio, spingendola in avanti attraverso la rotazione. Anche in questo caso la racchetta arriva di fronte a sé e non oltre. Il busto non ha quasi rotazione, se non minima, la pallina ha più effetto.

Il problema di questi due modi di intendere il gioco, per chi inizia, non è banale. Dentro la testa ad un certo punto si esercita una sorta di imprinting dei colpi da fare, che a un buon livello iniziano ad essere seguiti senza più “pensarli”. Quindi è necessario, con l’allenamento, farli propri e poi non pensarci più.

A me è capitato di allenarmi un giorno con una persona che pretendeva il caricamento e due giorni dopo con l’altra che pretendeva l’aggancio. Si può fare, non è che sia impossibile, ma si rischia di fare anche un bel miscuglio e di uscirne con un colpo che è una via di mezzo dei due, inefficace e inconcludente.

Quindi quale scegliere?

La tecnica dell'”aggancio” della pallina ha i suoi vantaggi. Per prima cosa è un colpo molto vicino al top spin, che di norma è un colpo tecnico, controintuitivo e difficile da assimilare. Per la prima volta, dopo serate di allenamento sono riuscito a far cambiare rotazione una pallina tagliata di back spin. E’ stata una bella sensazione, perché per un principiante non è una mossa facile. In secondo luogo è un colpo che risparmia un po’ di fatica durante le partite. Di contro non è preciso, non permette lo stesso controllo del colpo con caricamento del braccio e in molti mi hanno sconsigliato di procedere in quella direzione… Questo tipo di colpo arriva da tempi in cui le racchette non avevano le gomme di ora, molto reattive, elastiche, che imprimono con poco una buona rotazione alla pallina. Un tempo per fare girare una pallina servivano colpi che imprimevano rotazione di taglio e la facevano schizzare via con una forte rotazione a sostenerla.

La tecnica del caricamento invece per un bel po’ di tempo mi ha lasciato perplesso. Non vedevo miglioramenti, accelerazione nel gioco, non è lo stesso colpo che si fa nei top, perché i movimenti sono diversi… mi sembrava semplicemente di stare a fare per ore sempre la stessa cosa: buttare di là la pallina e basta. Dicevo tra me e me: quand’è che si inizia a fare sul serio?? Avevo fretta. E chi mi allenava in questo modo mi diceva continuamente: “non avere fretta! Allenati a controllare il colpo, a palleggiare, a mandare di là!” Ho fatto fatica a “rallentare” perché a ping pong c’è sempre la smania da parte un po’ di tutti di tirare sempre più forte, schiacciare, andarci giù pesante. Il gioco non sta tutto lì. Il controllo ha una efficacia molto superiore nel lungo periodo. Una su tutte: sapere di poter controllare la palla, qualsiasi tipo di gioco faccia l’avversario, attraverso la risposta, sempre presente e corretta, di dritto e di rovescio, mette sicurezza. “Buttare la pallina di là” – meglio se il più vicino possibile a dove si vuole mandarla! – è un importante elemento di tranquillità mentale. Si è più sicuri di poter gestire meglio il divenire degli eventi. Solo dopo lo step successivo sarà la velocità.

Per un mese e mezzo abbondante sono stato diviso tra queste due impostazioni. La prima mi ha appassionato, mi ha fatto fare colpi molto veloci e mi ha fatto vedere cosa c’è oltre il semplice palleggio, la seconda mi restituiva armonia, mi ha insegnato a muovermi di più sulle gambe, ad essere nel posto giusto al momento giusto e ho provato la bella sensazione di controllo, riuscendo a mettere in difficoltà l’avversario senza nemmeno un top o una schiacciata, il che restituisce dal punto di vista mentale un impareggiabile e indispensabile sensazione di superiorità.

Il genio del ping pong sa esattamente qual è la cosa migliore da fare. Ma tace. Dice che ci devo arrivare da solo.

Nella foto in alto: zio Marty Reisman e il suo stile inconfondibile.

 

18 – Allenamenti base di tennis tavolo

Obama Cameron Table Tennis

Il mese abbondante di assenza dal blog non ha coinciso con lo stop nel mio personale avvicinamento all’arte del ping pong. Ho continuato a giocare regolarmente e sebbene mi fossi ripromesso di mantenere un ritmo regolare anche negli articoli, ho dovuto fermarmi per lasciare decantare le cose.

Le novità principali riguardano gli allenamenti: meno robot e più umani.

Trovare qualcuno che mi allenasse all’inizio dell’avventura sembrava un miraggio. Le squadre dilettantistiche della società a cui sono iscritto hanno un modo molto singolare di accogliere i nuovi arrivati. Non esiste un preciso metodo di insegnamento, né un vero e proprio allenatore unico. Si deve cercare di “rubare” qualcosa un po’ da tutti e cercare di far quadrare i conti. Ve lo dico subito: è molto molto difficile progredire in questo modo. Non impossibile, ma difficile.

Ecco perché a quasi quattro mesi dall’inizio sono ancora in una fase di limatura continua di nozioni acquisite. Molti consigli sono contraddittori l’uno con l’altro provenendo da diverse persone con diverse storie alle spalle e trovare il bandolo della matassa non è sempre facile.

In questo momento ho, per così dire, tre allenatori. Che sono per la verità più che altro tre persone disponibili ad insegnarmi qualcosa che tre coach veri e propri con un piano serio di allenamento.

Il primo mi fa andare piano. Vuole il gioco di gambe e la precisione. Vuole dritti e rovesci eseguiti bene. Il secondo spinge invece sulle palle veloci, lo scambio laterale, che mi fa correre, vuole che schiacci ed esegua top spin per accelerare il gioco. Il terzo è un po’ la somma dei due. Dice che devo iniziare a fare le partite e mettere insieme il tutto e ha iniziato ad allenarmi anche sulle battute. Va detto che io ho i miei limiti umani e ci metto molto a togliermi di dosso l’immobilità delle gambe e i colpi (sbagliati) imparati negli anni, ma è una nuova fase di gioco dove è necessario superare altri ostacoli.

Ho cercato di riassumere brevemente i passaggi necessari per chi intende iniziare a giocare a ping pong:

  • impugnatura della racchetta e posizione del braccio nel dritto (l’inizio di tutto)
  • posizione delle gambe e del busto (piegate sulle ginocchia le prime, proteso verso il tavolo il secondo)
  • scambio di dritto in diagonale e scambio di dritto sul lungo linea (il primo è la base, il secondo accorciandosi il campo, spinge a fare il primo movimento fondamentale di gambe che si girano per trovare il giusto spazio del colpo)
  • movimento di gambe nello scambio di dritto (diagonale prima e lungo linea dopo, alternati)
  • posizione del braccio di rovescio e scambio di rovescio in diagonale e sul lungo linea (per niente banale, il colpo è molto tecnico e deve essere molto preciso, sia nei tempi che nel movimento)
  • scambio di dritto e di rovescio, in diagonale e nel lungo linea
  • movimento di gambe nello scambio tra dritto e rovescio

E siamo solo all’inizio. Dopo questi colpi si può procedere come segue:

  • dal colpo di dritto si passa ad un leggero top
  • dal colpo di rovescio si passa a spingere di più la pallina aprendo la racchetta e spingendo di più in avanti
  • dal colpo di dritto si inizia ad imparare il block di dritto e di rovescio
  • inizio di scambio di dritto e di rovescio tagliato sotto (backspin)
  • inizio con le prime battute tagliate sopra e sotto

La terza fase prevede:

  • continuo allenamento su più tipi di battute, e risposta alle stesse con studio della prima fase di gioco detta dei “tre scambi” (battuta, risposta dell’avversario, conclusione)
  • top spin di dritto a fondo tavolo
  • top spin di rovescio a fondo tavolo

Terminate queste tre fasi si può dire di aver provato a gestire i colpi fondamentali. Che sono 8 in definitiva:

  • scambio di dritto sopra – scambio di dritto sotto – block di dritto (3 colpi)
  • scambio di rovescio sopra – scambio di rovescio sotto – block di rovescio (3 colpi)
  • top spin di dritto e top spin di rovescio (2 colpi)

Padroneggiando bene questi colpi si è a metà dell’opera. E’ possibile giocare con avversari più o meno forti con il primario intento di essere costanti e precisi e di indurre l’errore nell’avversario. Il gioco di gambe resta fondamentale.

Le gambe nel tennis tavolo si muovono in un modo non naturale o automatico rispetto alla vita di tutti i giorni. Quando ci dobbiamo spostare di norma un piede resta fermo e il secondo avanza, se dobbiamo allungarci un piede resta fermo e il secondo sbilancia il corpo verso la direzione. Nel ping pong, tranne in alcuni casi in partita in cui si è in evidente difficoltà nel recuperare la palla, è necessario muoversi diversamente. Il busto deve essere sempre dritto verso la pallina, e ad esempio per muoversi verso destra è necessario tenere le gambe parallele, non troppo lontane, spostare prima il piede sinistro verso il destro e poi il desto nella nuova posizione. E’ una specie di balletto ma è essenziale per trovarsi sempre bilanciati, pronti e ben saldi sulle gambe, in tempo per il colpo.

Al Genio del ping pong è venuto mal di testa, lui a tutte queste cose non ci fa più caso da tempo. Si impara a giocare, dice, quando si fa tutto in automatico, senza più pensare.

Nella foto in alto: Barack Obama e David Cameron giocano a ping pong – 2011.

 

17 – Il Top spin

Tom Cruise Top Gun

Un giorno uno mi fa: ti va di provare il top spin di dritto?

Il top spin è un colpo molto figo. Basta evocarne il nome e ti senti subito Pete “Maverick” Mitchell a bordo di un F-14.

E’ uno dei colpi del ping pong più difficili da imparare e padroneggiare. In definitiva è un dritto molto potente che parte dal basso, con il braccio e la racchetta lungo il fianco e finisce in alto, sopra la testa, con una traiettoria quasi dritta, leggermente inclinata in avanti. Le gambe si piegano molto, offrono potenza al colpo e la sinistra scarica il peso della rotazione.

E’ un colpo molto importante perché è l’unico in grado di essere offensivo sia in uno scambio liscio che in uno scambio tagliato (back spin). Se l’avversario accelera il gioco è possibile con il top spin controbattere sulla velocità e se il gioco è tagliato è possibile invertire la rotazione della pallina, uscire dalla tenaglia di ripetute palle lente e reimpostare il tutto. Il top spin infatti nel colpire la pallina dal basso verso l’alto la fa ruotare in avanti, le conferisce velocità facendola schizzare nel campo avversario e rimbalzare in alto sul tavolo. Per controbattere a un colpo del genere si può usare un blocco (block) che però è un colpo molto passivo, oppure un altro top spin. Più difficile è smorzare il gioco tagliando in senso contrario. Spesso fa così però chi ha una racchetta puntinata che toglie parzialmente l’effetto impresso alla pallina.

Quindi un giorno uno mi ha chiesto se volevo provare il top spin.

Era troppo presto. Me ne sono reso conto subito. Primo il movimento dal basso verso l’alto è contro intuitivo (come molti altri del tennis tavolo), secondo richiede i tempi giusti e una elasticità che si acquisisce nel tempo. Se provate a fare un top spin vi possono accadere tre cose: colpite la pallina con il bordo della racchetta e la mandate in orbita, colpite la pallina come un dritto in avanti e la mandate fuori dal tavolo (diventa in pratica un dritto troppo potente), terzo colpite la pallina fuori tempo e la mandate o in rete oppure a schiantarsi sul bordo del tavolo davanti a voi.

Il top spin prevede che la pallina sia colpita nel momento in cui, dopo il rimbalzo nella propria parte del tavolo, raggiunga in discesa lo stesso livello del piano di gioco. Quella è l’altezza giusta in cui impattare il colpo.

Di seguito un video di Elie Zainabudinova che mostra le basi del colpo, più sotto le potenzialità della meccanica del colpo con forza aggiunta.

Se siete fortunati, dopo ripetuti tentativi ve ne verrà uno abbastanza buono e vedrete come per magia la pallina alzarsi e incurvarsi appena dopo la rete sul tavolo dell’avversario schizzando via veloce.

E’ una bella sensazione, una magia. Vi sembrerà impossibile essere riusciti a tirarla su ma è la pura realtà del gioco del ping pong, che fa delle leggi matematiche e fisiche una sorta di incantesimo.

Il Genio del ping pong dice (per me esagera un po’) che il primo top spin – come il primo bacio – non si scorda mai.

Nella foto in alto: Tom Cruise in Top Gun ti fa segno che hai fatto un buon top spin – 1986

16 – Multiplayer – il doppio a ping pong

Round Ping Pong Table

Che periodo assurdo per gli allenamenti! Fa freddo, le palestre hanno il riscaldamento rotto, bisogna adeguarsi agli orari in cui può aprire chi ha le chiavi, spesso o non c’è nessuno con cui allenarsi e allora uso il robot, o ci sono troppe persone che si allenano e fatico ad usare anche quello… Se si è in dispari a volte si fa un po’ di rotazione, ci si scambia (mica tutti, alcuni restano ben fissi col proprio partner e non ti guardano nemmeno), ognuno mi dice un pezzetto di qualcosa che non va della mia tecnica, mi da dei consigli, il più delle volte contrastanti tra loro. Un macello. E’ anche per questo che ultimamente non scrivo con lo stesso ritmo qui.

Tengo duro, assimilo, provo e riprovo, ma mi sento a volte impacciato, legnoso, sbagliato.

Tranne una sera in cui ho avuto una piccola rivelazione che devo tenere tra le cose di valore, tra le cose su cui appoggiarmi per cercare di fare un po’ meglio.

E’ capitata l’occasione di fare alcune partite di doppio, io e uno al mio livello, contro due forti. Le abbiamo prese di santa ragione, nessuna partita vinta, abbiamo sempre perso, ma ci siamo divertiti e ho giocato BENE. Bene nel senso che si, ho sbagliato tanti colpi, per mancanza di esperienza, ma ne ho fatti molti altri riusciti bene, grazie alla passione e a non-so-cosa avessi quella sera che pareva funzionare.

Poi ci ho pensato. Per prima cosa ero concentrato. C’era l’allenatore, volevo fare bella figura, mi sono impegnato. Poi si giocava a punti, non era solo un mandare la pallina di là, la competizione mi stimola. Infine nel doppio si ha più tempo per calcolare il proprio colpo, perché il tuo compagno di squadra fa metà del lavoro, anche se alla fine, ci si muove di più è si è più stanchi. E questo è importantissimo. Ero molto spesso nel punto giusto al momento giusto e avevo la mente libera e pronta.

“Muoversi di più” è la chiave per giocare meglio. Ne avevo già parlato settimane fa, ma ancora sono un tronco di platano con una racchetta in mano (tra il dire e il fare…). Non c’è verso che riesca a danzare dietro al tavolo come dovrei. “Bisogna avere male ai quadricipiti”, mi dicono, “senno’ l’allenamento non è andato come dovrebbe!”

La rivelazione è stata che divertendomi in partita mi davo energia e l’energia mi faceva muovere, essere presente, osare nei colpi. Queste caratteristiche sono ottime. Ho pagato il debito di non avere delle buone basi tecniche di fondo, ma per il resto non ricordo un allenamento migliore di quello.

E’ stato elettrizzante, lo ammetto. Forse dal di fuori ho dato solo idea di uno “che fa quello che può” ma dentro sono stato bene.

Il Genio del ping pong quella sera era felice e senza felicità, dice, non si gioca a ping pong!

Nella foto in alto: …un tavolo da ping pong rotondo(!)

 

15 – Reset

Albert Einstein

Dopo uno stop di tre settimane causa festività di Natale, bronchite e torcicollo che il 2 di gennaio ha pensato bene di immobilizzarmi per un paio di giorni… sono finalmente tornato ad allenarmi a ping pong.

Einstein diceva che il tempo è relativo. E lo è davvero. Queste tre settimane sono state come tre mesi! Torno al tavolo e mi sembra di dover ripartire da zero. (Sebbene fossi appena appena sopra lo zero assoluto!). Ma forse non è un male. Nei primi scambi mi sono accorto che qualcosa non quadrava. Le forme giuste di movimento per il dritto e per il rovescio, senza concentrazione, erano ancora sbagliate. Non mi erano semplicemente entrate dentro. Ho iniziato a sbagliare i movimenti base di dritto e di rovescio e appena mi è stata fatta notare la cosa mi sono sentito come preso a schiaffi. Cioè avrei voluto io stesso prendermi a schiaffi.

Così, sono ripartito dal robot. Ho calato la velocità e ho re-iniziato a prendere confidenza con il movimento. Di nuovo. Non ci volevo credere.

Quanto l’abitudine acquisita è dannosa per l’apprendimento! Sembra impossibile eppure qualcosa dentro nella meccanica del nostro corpo deve sostituirsi ad anni di gioco sbagliato finché non si fa essa stessa parte di noi. E ci vuole tempo, tantissimo tempo. Mi era stato detto, non che non lo sapessi, ma trovarmici dentro così all’improvviso mi ha dato da pensare. Immaginavo di avere un minimo di basi, in fondo colpisco palline molto difficili a volte, ma sono probabilmente piccoli lampi di fortuna. Le fondamenta del gioco ancora non fanno parte di me e senza quelle non avrò mai il controllo.

Ripetiamolo: nel ping pong non si improvvisa nulla. Sembra un gioco impostato sul caos (colpire una pallina che può andare ovunque) ma in realtà è la massima arte della gestione del caos.

Sbaglio il movimento di dritto. Muovo il polso e l’avambraccio, che invece devono restare morbidi ma fermi. Non faccio partire bene il movimento con gamba e spalla dal fianco al volto ma lo “sporco” con un mulinello assurdo, quasi come avessi una racchetta da tennis invece che da ping pong. Questo comporta un gioco non lineare. Una non corretta gestione di quello che si vuole fare. E’ solo un “tentativo di”. A volte va bene molte volte va male. Di fronte a un avversario in un campionato questa tecnica è intollerabile.

Sbaglio il movimento di rovescio. Invece di spingere la pallina in avanti il movimento è una spazzolata della racchetta dal basso verso l’alto. Non che la pallina non vada di là, ma ci va con poca forza. E’ quasi un volersene liberare al più presto anziché sfruttarla a proprio favore. Il rovescio non mi è intuitivo.

Sono giunto alla conclusione che la racchetta in questa fase mi aiuta e allo stesso tempo mi è dannosa. Da un lato con le gomme reattive si riesce ogni tanto a fare entrare la pallina nel campo dell’avversario con un ottimo colpo. E si recuperano grazie allo spin, alcune palle veloci che altrimenti non saprei come gestire. D’altro canto è lei che fa il gioco al poso mio! Mi permette di essere anche più cazzone nei movimenti tanto con lo spin in qualche modo viene corretto il movimento e la pallina finisce di là. Ecco quale era l’impressione iniziale che ho avuto. Dicevo a me stesso: ma come faccio a rispondere con così tanta velocità ai colpi degli avversari? Erano le gomme che lavoravano al posto mio e rispondevano quasi da sole alla forza impressa dall’avversario! Devo provare una racchetta più lenta, spingere di più con movimenti giusti e metterci più gomito. (O meglio spalla e gambe, direbbe l’allenatore). Questa considerazione trova fondamento nel fatto che la racchetta che ho è tra quelle di livello avanzato. E’ più avanti di me. Mi piace, mi calza a pennello ma mi sta aiutando e danneggiando allo stesso tempo.

C’è anche un’altra novità: abbiamo problemi con una delle uniche due palestre disponibili all’allenamento. Problemi di riscaldamento, burocrazia con il comune, gli assessori, ecc. Le solite porcherie all’italiana. L’altra, quella più vicino a casa resta anche lei piuttosto freddina ma per ora gestibile. E così devo dividere gli allenamenti, vedere un po’ meno l’allenatore e cercare di fare da solo per un po’. E mi mancano ancora un sacco di colpi da provare e capire, per non parlare delle battute, un mondo a parte tutto ancora da affrontare. Insomma i tempi si allungano e non so se in queste condizioni sarà possibile un crescita costante e buona. Staremo a vedere.

Il Genio del ping pong, a proposito di battute, dice che è tutta una questione di fisica… e di fisico.

Nella foto in alto: Albert Einstein, contrario alla teoria per cui lo svolgersi degli eventi nell’infinitamente piccolo fosse dettato dal puro caso… sosteneva in una delle sue frasi più famose che “Dio non gioca a dadi”. Chissà se gioca a ping pong!